Come è fatta la sconfitta ai Mondiali di calcio.
Certe sconfitte possono essere più epiche di alcune vittorie; possono generare un “cronosisma” alla Kurt Vonnegut, un evento, cioè, che fa arretrare il tempo di dieci anni. La carica dell’insuccesso non si stempera nella cronaca, non diviene fatto da annuario, si dilata fino a trasformarsi in mito fondativo, collante di una comunità. La sua dimensione non si colloca in ciò che è stato, ma in ciò che avrebbe potuto, o dovuto, essere. Ed è lì che continua a vivere senza mai trovare pace.
La sconfitta nel calcio è molto più del contrario della vittoria. Perché se il successo viene raccontato come orgasmo collettivo, la disfatta è spesso un fatto individuale, un generatore di solitudini tutte diverse eppure tutte così uguali. Trovarsi faccia a faccia con un fallimento è simile a dover gestire un lutto. Il dolore può essere lasciato andare solo dopo averlo accettato ed elaborato, annacquandolo con la quotidianità. La sconfitta mantiene però un fascino perverso e immutabile. In fondo le vittorie si assomigliano tutte mentre l’estetica della disfatta è variegata e complessa. Nella vittoria c’è un’unica immagine possibile. I coriandoli, il capitano che guarda i compagni e gioca con la Coppa, poi la alza al cielo, i salti a piedi uniti, i cori, sempre quelli (Campeones! Campeones!). Le immagini della sconfitta sono la negazione del cerimoniale, della formalità. Se l’immagine della vittoria è confezionata a favore della macchina fotografica e della telecamera, quella della sconfitta è un’immagine impreparata, e che contiene la verità che hanno spesso le cose sciatte e approssimative. Il protagonista è spesso l’individuo derelitto e annichilito, immobile, nudo nonostante la maglietta ancora addosso, con gli occhi bagnati dalla delusione o puntati verso un orizzonte sfocato e indefinito. Lo sconfitto è confinato ai margini della scena, in una porzione di campo desolata e periferica, dove nessuno ha motivo di guardare. È l’ospite costretto a partecipare alla festa altrui; e in alcuni casi è anche l’uomo che l’ha provocata. Quando non riesce a occultarla, la sua faccia riempie lo schermo giusto per qualche secondo, prima che un regista compassionevole decida di passare oltre. Però anche per questo le immagini della sconfitta contengono un realismo più potente, al pari di una fotografia di Henri Cartier-Bresson che cercava di cogliere l’istante decisivo. Contrario a qualsiasi messa in scena.
Questo articolo è un’iconografia dei perdenti dei Mondiali, i perdenti per eccellenza della storia del calcio.
Le mani sui fianchi di Roberto Baggio
La voce che irrompe nei salotti sembra una campana a morto: «Alta», dice freddo e distante Bruno Pizzul. «Il campionato del Mondo è finito. Lo ha vinto il Brasile», aggiunge dopo qualche secondo di confusione. La bassa risoluzione del tubo catodico proietta nei salotti di mezzo mondo la stessa immagine sgranata. All’altezza del dischetto del rigore c’è una sagoma impietrita, ha le mani sui fianchi e lo sguardo fisso verso il terreno. A qualche metro di distanza Claudio Taffarel è in ginocchio. Con i pugni avvolti nei guanti e il sorriso che gli allarga la bocca.
Il Brasile ha vinto la sua quarta Coppa, eppure gli occhi indugiano sull’uomo che ha sbagliato il rigore decisivo. La sagoma prende fiato per un momento dilatato. Ha mezza maglietta fuori dai pantaloncini, un dieci che gli colora di bianco una schiena azzurra e un codino che copre parzialmente il cognome che porta sulle spalle. L’uomo che ha spedito il pallone oltre la traversa avversaria è Roberto Baggio, ossia lo stesso che ha trascinato l’Italia a quella finale come solo Maradona era riuscito a fare con l’Argentina nel 1986. In quel Mondiale Baggio non si è limitato a segnare cinque reti. Ha cannibalizzato squadre intere, danzando sull’erba bollente degli Stati Uniti e rendendo labile il confine fra umano e divino. Tutto con un ginocchio costantemente addentato dal dolore. Il suo errore dal dischetto somiglia a una forma perversa di ammutinamento a un passo dal traguardo, e nel suo romanticismo è difficile che generi risentimento e non gratitudine, come se quel mese negli Stati Uniti non avesse più bisogno del suggello del trionfo per essere ricordata. È grazie a quell’immagine sul prato del Rose Bowl di Pasadena che Roberto Baggio smette di essere un calciatore e diventa sentimento, patrimonio condiviso, eccezione alla massima di Flaiano secondo cui «Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori». Alla soglia di un’era che dovrà fare i conti con il concetto di accumulo dei successi, con la contabilità dei record, Baggio è diventato santino grazie a un errore, si è fatto amare dopo aver commutato una sua sconfitta personale nella sconfitta di un paese intero. Una singolare prodezza che avrà un prezzo molto alto. «Il mio fardello si chiama Pasadena – dirà tempo dopo – Ricordo il volo sgraziato della palla, il silenzio dei tifosi, il boato degli altri, l’abbraccio di Riva. Non ho mai smesso di pensarci, è un dolore con il quale bisogna imparare a convivere». È stato così per Baggio. Ed è stato così per milioni di tifosi.
La schiena sul palo di Kahn
Oliver Kahn è seduto in disparte sul prato dello Stadio internazionale di Yokohama. Ha la schiena appoggiata contro il palo della sua porta e i gomiti piantati sulle ginocchia. Intorno a lui non c’è niente. Solo una borraccia gialla rovesciata a qualche centimetro dalla linea del gol. Poi più nulla per metri e metri e metri. Di tanto in tanto il portiere con la fascia di capitano al braccio scuote il capo, facendo attenzione a tenere gli occhi ben chiusi. Come se volesse restare all’interno di una bolla di sapone, protetto dallo spettacolo che sta andando in scena davanti a lui. Perché nell’altra porzione di campo Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho, Cafù e Roberto Carlos saltano, gridano, pregano, si abbracciano. Il Brasile ha vinto ancora la Coppa del Mondo, anche grazie a Kahn, passato da eroe nazionale a zimbello in una frazione di secondo. Un po’ He-Man, un po’ Ivan Drago con i guanti al posto dei guantoni, il portierone tedesco è un tipo dall’ego pingue e dalla lingua affilata. Strafottente e devoto al culto di sé stesso, tutti vorrebbero averlo in squadra a condizione di averci a che fare il meno possibile.
Le sue doti sono indiscutibili, tanto che in quegli anni è considerato uno dei migliori portieri d’Europa, ai livelli di Casillas e Buffon. Il suo Mondiale è stato pressoché perfetto. Perché nelle sei partite che hanno portato la Germania in finale ha subito solo un gol e dispensato una serie di parate al limite del prodigioso. Nella gara inaugurale contro l’Irlanda devia con l’esterno del bacino un tiro di Duff, esce a tutta velocità su Robbie Keane, poi si oppone con la pancia – praticamente una mossa di wrestling – a un colpo di testa del dieci in maglia verde. Al fischio finale è 1-1 e se la Mannschaft non è crollata il merito è tutto del suo portiere. La sua prestazione esplicita quello che tutti pensano da mesi, ovvero che quella Germania non è poi così ricca di talento. È una convinzione che diventa certezza partita dopo partita, e con Ballack che non può giocare la finale perché squalificato, Kahn diventa il simbolo della squadra, la speranza a cui aggrapparsi. Il giorno della finale la Bild pubblica una foto a grandezza naturale della mano del portiere della Nazionale: dicono che porti bene. Il mito dell’infallibilità di Kahn, però, sembra attecchire solo in Germania. Perché in Brasile sono molto meno impressionati dalle sue parate. Tanto che Rivaldo decide di esprimere le sue perplessità alla stampa. «Si parla sempre molto di Kahn – dice al quotidiano As – è un grandissimo portiere e lo ha dimostrato con il Bayern Monaco. Ma l’ho visto subire molti gol e raccogliere il pallone dal fondo della rete. Non credo sia imbattibile». È una frase che assume i contorni della profezia. E per accorgersene basta aspettare un giorno appena.
Per un’oretta Kahn interpreta ancora sé stesso. Para due conclusioni di Ronaldo, prima con le mani, poi con i piedi. E dove non arriva lui ci pensa la traversa. Nel secondo tempo si scontra con Gilberto Silva e resta a terra. Quando si rialza capisce di essersi infortunato proprio alla mano finita sulla copertina della Bild. Nessuno ancora lo sa, ma in quel momento Kahn ha perso i suoi poteri. Al 67° Rivaldo lascia partire un tiro da fuori area che non impensierirebbe nessuno. Tranne quella versione difettosa di Kahn. Il portiere non trattiene e respinge il pallone in avanti, proprio sui piedi di Ronaldo. Il Fenomeno insacca, poi corre verso la bandierina del calcio d’angolo di destra con il dito alzato al cielo e uno spicchio di testa coperto da quel taglio di capelli surreale. La partita termina lì. Ronaldo segna ancora e corre ad abbracciare Scolari in panchina. La Germania attacca ma senza grandi risultati. Il triplice fischio di Collina serve solo a rendere ufficiale quello che tutti sanno già da un pezzo.
Kahn si mette a sedere, appoggia la schiena contro il palo destro, chiude gli occhi. Se ne sta lì per un bel pezzo, eroe e vinto allo stesso tempo. «Non c’è opera che non si ritorca contro il suo autore», scriveva Cioran. E il portierone tedesco sembra essere rimasto impigliato in quella frase. Quando trova la forza di rialzarsi Kahn cammina verso Rudi Völler. «Scusa, è tutta colpa mia» dice con il volto sofferente. «Non ci pensare – risponde il commissario tecnico – se non era per te non saremmo neanche arrivati in finale». Poco dopo si avvicina anche Felipao Scolari: «Non preoccuparti – sussurra – Sei comunque il numero uno». È un premio di consolazione che non serve a lenire il dolore. Perché quell’errore rischia di intrappolarlo per sempre come carta moschicida. Poco dopo Völler si presenta davanti ai giornalisti. «Sono più dispiaciuto per Kahn che per me» assicura. Ed è vero.
La scaletta dell’aereo di Ronaldo
Un ragazzo in giacca e cravatta scende a stento le scalette dell’aereo. Ha la mano sinistra stretta intorno al corrimano e il borsone da gioco caricato sulla spalla destra. Il suo incedere è insicuro, la sua andatura impacciata, sembra tremare a ogni passo. Pare aver bisogno di calcolare l’altezza esatta di ogni scalino per non rovinare giù. Lo scatto del fotografo lo cattura mentre sta provando a prendere fiato, e l’immagine diventa una notizia.
Quel ragazzo ha 21 anni e nell’estate del 1998 è universalmente riconosciuto come l’attaccante più forte al mondo. Solo che la sera prima ha giocato la finale del Mondiale francese ed è stato qualcosa di molto vicino a un ectoplasma. Il piano narrativo si è completamente rovesciato: il protagonista si è ritrovato confinato in un cameo, e quella che doveva essere la notte di Ronaldo si è trasformata nella notte di Zinedine Zidane.
Il pomeriggio del 12 luglio era stato attraversato dalla paura. Dopo pranzo Ronaldo era andato nella sua stanza insieme a Roberto Carlos. E mentre il terzino si era messo a dormire con le cuffie nelle orecchie, Ronaldo aveva acceso la televisione per guardare la Formula 1. Quando Edmundo era salito in camera aveva trovato il Fenomeno a terra, in preda alle convulsioni. «Con Cesar Sampaio gli tenemmo ferma la lingua mentre i suoi occhi si spostavano all’indietro» racconterà qualche anno più Edmundo. «I medici arrivarono immediatamente e riprese conoscenza. Alla fine tutti sapevano che aveva avuto le convulsioni tranne lui». Lo staff medico era stato meno reattivo. Aveva infilato Ronaldo sotto la doccia, gli avevano dato un antidolorifico e lo avevano messo a letto.
All’ora della merenda il Fenomeno ricompare nella sala della colazione e prende una fetta di torta. Ancora non sapeva di aver rischiato di morire. Quando esce per fare una telefonata Leonardo gli si accoda e gli racconta tutto. Poco dopo Ronaldo viene portato alla clinica “Les Lilas” per accertamenti. Le lancette prendono a girare veloci, la Fifa inizia a pressare il Brasile. Manca poco più di un’ora all’inizio della partita, serve la lista ufficiale degli uomini che sarebbero andati in campo. Zagallo compila il modulo e lo consegna agli ufficiali. Poi torna negli spogliatoi e arringa i suoi ragazzi. Ronaldo non ci sarebbe stato, il ruolo di protagonista è tutto per Edmundo. Il colpo a sorpresa arriva poco dopo, Ronaldo è tornato nello spogliatoio e dice: «Dov’è la mia roba? Io voglio giocare». Zagallo interrompe e si apparta con lo staff medico e con il giocatore. Tornato indietro dice a Edmundo che non avrebbe giocato. Ronaldo è l’ultimo a entrare in campo. Canta l’inno nazionale senza troppo trasporto, poi evapora sul prato dello Stade de France. Ronaldo non corre, fluttua inconsistente. Non viene sostituito e mentre la sua stella si spegne, quella di Zidane inizia a brillare. Zizou segna di testa due volte. Poi Petit chiude il risultato sul 3-0. La Francia alza la coppa davanti al proprio pubblico, ma è un’immagine che dura meno di una giornata. Perché il giorno dopo un aereo atterra sulla pista di Rio de Janeiro. Dal portellone escono uno alla volta i giocatori sconfitti. Fra loro Ronaldo avanza con il passo incerto e il borsone sulle spalle. È uno scatto di 24 ore dopo ma diventa comunque il simbolo della finale, della crepa di umanità che cominciamo a intravedere nel corpo del Fenomeno.
Le facce nell’erba degli olandesi
Al centro dell’inquadratura c’è un uomo solo. Giace immobile riverso sul prato alopecico dell’Estadio Monumental di Buenos Aires. La guancia sinistra è sprofondata nell’erba scura, il braccio destro che gli copre il volto. Qualche metro più in alto il tabellone luminoso lampeggia verso il cielo la scritta «Argentina Campeón». È una frase che manda in pezzi la grandiosa utopia dell’Olanda del 1978.
L’Olanda ha perso la sua seconda finale Mondiale consecutiva. La squadra che ha rivoluzionato il calcio non è riuscita a prendere la sua Bastiglia. È una storia dal carattere prometeico: il coraggio di cambiare per sempre il calcio conduce alla hybris, e quindi alla rovina.
C’è un dettaglio che amplifica la carica simbolica dello scatto. Per qualche secondo l’uomo a terra è irriconoscibile. La manica arancione della maglia ne cela il viso, la postura del suo torace nasconde il numero che porta sulle spalle. Potrebbe essere chiunque, milite ignoto che però è molto vicino all’essenza di un collettivo che aveva mandato in pezzi lo steccato che separava ruoli in campo. Tutti dovevano saper fare tutto, così il singolo si mescolava con i compagni fino a sciogliersi dentro l’identità di gruppo. Quel calciatore a terra finisce per rappresentare prima una squadra, poi una Nazione, infine un’idea. Anche se l’Olanda del 1978 è molto diversa da quella che quattro anni prima era stata battuta dalla Germania Ovest. E non solo per l’assenza del suo profeta Johan Cruyff. In panchina non c’è più Rinus Michels, ma Ernst Happel. Il faro è rimasto sempre il calcio totale (il dibattito se a inventarlo sia stato Michels o Happel non ha mai trovato una risposta condivisa), eppure l’Arancia Meccanica gioca un calcio diverso. Il velluto è stato sostituito da un tessuto più ispido. La classe viene ancora ostentata, ma adesso picchia duro sulle caviglie degli avversari, alza i gomiti fino a impattare forte contro i loro zigomi. L’Olanda sembra arrivare al Mondiale con un debito di riconoscenza. La sua mancata vittoria in Germania è suonata come una bestemmia urlata fra le navate di una cattedrale. Quella squadra incarnava la grazia con le scarpette bullonate, il trionfo pareva un atto dovuto.
È un pensiero che viene elevato a sistema quando gli uomini di Happel raggiungono la finale contro i padroni di casa. Sarebbe sconveniente se la squadra di un Paese retto da un regime vincesse la Coppa del Mondo. Soprattutto sotto il naso del dittatore. La partita è un distillato di ansia. Prima del fischio di inizio Daniel Passarella tallona l’arbitro italiano Sergio Gonella. Il centrocampista olandese René van de Kerhhof ha una fasciatura rigida al polso, spiega. E lui e i compagni sono convinti che possa diventare pericolosa, afferma. Si discute, si alza la voce, ci si innervosisce. Poi alla fine la fasciatura di René viene ridotta. Le operazioni durano una decina di minuti. Ed è lì che l’Argentina inizia a vincere la finale. Il primo tempo scorre via nel silenzio del Monumental. Trattengono il fiato in ottantamila, nell’attesa di un gol che non arriva mai. Almeno fino a quando Kempes non buca Jan Jongbloed facendogli passare il pallone sotto il fianco. Eppure la paura torna a soffiare forte nei minuti finali. All’82° Nanninga trova il gol del pari. Poi a tempo scaduto Rob Rensenbrink centra il palo. «Cinque centimetri più in là e saremmo diventati campioni del Mondo», dirà l’attaccante olandese. Ed è vero. Nei supplementari l’Argentina segna con Kempes e Bertoni. Finisce 3-1, il sogno dell’Olanda è dissolto una volta per tutte. Qualche minuto dopo Daniel Passarella viene portato in trionfo dai compagni. Gli uomini in maglia arancione, invece, cadono a terra uno dopo l’altro, quasi imprigionati nel verso di Paul Celan: «Eravamo morti, ma potevamo respirare».
La camminata di Zizou davanti alla Coppa
Zinedine Zidane esce dal campo con un’espressione truce; avanza lentamente, con lo sguardo fisso sulla punta delle sue scarpe, la mano sinistra scioglie la fasciatura che avvolge il suo polso sinistro. Pochi metri più avanti la Coppa del Mondo splende beffarda su un piedistallo bianco posto davanti al tunnel degli spogliatoi. Zizou continua a camminare assorto. Passo dopo passo dopo passo. Fino a quando non le sfila davanti senza lanciarle neanche un’occhiata.
Mentre entra nella pancia dell’Olympiastadion di Berlino Italia e Francia sono inchiodate sull’uno a uno nel secondo tempo supplementare della finale del Mondiale tedesco. Fino a quel momento è stata una partita orrenda, giocata da due squadre angosciate dall’idea di perdere e con i muscoli sgonfiati dalla stanchezza. Si stavano trascinando verso rigori come i personaggi di Terminus Radioso di Antoine Volodine, entità non completamente morte ma neanche completamente vive. Poi al minuto numero centodieci Marco Materazzi crolla a terra all’improvviso. Nessuno ha capito davvero cos’è successo, né l’arbitro, né il guardalinee, né i tifosi. Qualche secondo più tardi il replay rivela una verità quasi pornografica. Nello schermo si vedono Zidane e Materazzi che parlottano al limite dell’area di rigore azzurra. Zizou supera trotterellando il difensore avversario e accenna una smorfia che assomiglia a un sorriso, poi la scena cambia inspiegabilmente. Il francese si gira, fa qualche passetto indietro, abbassa la testa e la abbatte sullo sterno di Materazzi. È una scena grottesca e surreale, che manda in cortocircuito l’idea stessa di eroe.
Per gli italiani il prode è Materazzi, che grazie all’arte della provocazione ha trovato il modo giusto per eliminare dal campo il miglior giocatore avversario e indirizzare la Coppa verso Roma. Per i francesi è Zidane, che sacrifica l’ultima partita della sua carriera per difendere un generico senso dell’onore di qualche familiare. È un gesto così eclatante che necessita di essere spiegato tramite drammatizzazione. Si parla di macchia indelebile, si tirano fuori i problemi delle banlieue dove Zizou è cresciuto, si urla al cattivo esempio. Quella immagine viene vivisezionata fino a trasformarsi in manuale di anatomia, con il plesso solare di Materazzi che diventa oggetto di articoli, spunto per interviste a luminari più o meno conosciuti.
L’uomo con i piedi capaci di dipingere ha vinto una finale dei Mondiali grazie a due gol di testa e ne ha persa un’altra per una testata. Per i francesi gli italiani sono stati colpevoli di un doppio smacco. Non solo hanno soffiato la Coppa a una squadra che giocava meglio, ma hanno anche rovinato l’addio di Zidane. L’immagine finale di questa storia è Cannavaro che alza al cielo la coppa nel cielo di Berlino, ma la scena madre si è svolta qualche minuto prima, quando Zizou aveva passeggiato accanto al trofeo senza lanciargli neanche un’occhiata.
Andrea Romano è nato nel giorno in cui Van Basten ha debuttato con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Esquire e altri.
Perché, dopo mesi dal suo ritorno all’Inter, non ha ancora recuperato la sua forma?
Siamo sicuri che su questo argomento è stata rigirata la frittata?
MOTM della Uefa, ma da qualcuno considerato tra i peggiori in campo.
Dalla lite Gomez-Gasperini ai problemi di droga di Maignan.
Le statistiche ci dicono qualcosa del modo in cui si difende in Italia.
Le migliori esultanze del maestro delle esultanze.
L’Heart of Midlothian ha provato a scalfire il duopolio di Celtic e Rangers.
Intervista all’esperto del movimento Ultras Sébastien Louis per cercare di fare chiarezza.
Dalla lite Gomez-Gasperini ai problemi di droga di Maignan.
Il club di Ferrero è sull’orlo del fallimento.
Semplicemente Saponara che mostra la vastità del suo repertorio.
Nella nuova puntata di Classici abbiamo riguardato Svezia-Brasile, finale del Mondiale del 1958.
Nel 2014 il suo Mondiale sembrava promettere grandi cose.
5 temi tattici che si sono affermati in questo torneo.
L’Elfstedentocht, una gara sui pattini che si corre tra i canali della Frisia.
Quasi tre ore in cui è successo di tutto.
Un odio che ai quarti di finale vedrà la sua resa dei conti.